Campi magnetici: effetti sul corpo umano

Il campo magnetico è una regione dello spazio nella quale si possono esercitare forze di attrazione o di repulsione. Esso viene generato da calamite, ovvero da magneti permanenti o da conduttori percorsi da corrente elettrica e può essere prodotto sia da sorgenti naturali che da apparecchi di uso comune. Siamo, quindi, costantemente esposti, tanto da essere sempre immersi nel campo magnetico terrestre, il quale, come attrae l’ago delle bussole, influisce sui tessuti biologici.


A bassa intensità

I corpi animali dotati di un sistema nervoso sono essi stessi produttori di campi elettromagnetici, prodotti dal flusso delle informazioni che viaggiano sui nervi dal cervello alla periferia (per esempio i muscoli) e dalla periferia al cervello (per esempio i segnali uditivi, visivi, tattili, dolorifici), che consentono l’interazione del nostro corpo con l’ambiente che lo circonda. L’intensità del campo magnetico terrestre è molto bassa, ovvero circa 50 µT (micro Tesla) e cioè 20-200 volte meno dell’intensità di una calamita da frigorifero alla distanza di 1 cm. Inoltre, si è circondati da altri campi elettromagnetici a intensità molto bassa, generati dalle vie di trasporto della corrente elettrica e da onde di radiofrequenza che hanno sempre più ampia diffusione (radio, TV, tutte le telecomunicazioni come cellulari, smartphone, tablet). È certo che i campi magnetici abbiano influenza sugli animali e sull’uomo; alcuni animali, per esempio, hanno percezione dell’asse terrestre per dirigere il loro movimento nelle migrazioni stagionali.
Molto dibattuto è l’effetto sulla salute dei campi magnetici a bassa intensità. Sebbene alcuni studi prospettino una relazione tra questi con i tumori e le leucemie, tale ipotesi è basata solo su dati epidemiologici. Al momento, le maggiori società scientifiche (l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro), ritengono che non vi siano dati certi di correlazione tra i campi magnetici a bassa intensità e problemi per la salute dell’uomo, pur finanziando ricerche ulteriori per tenere il fenomeno sotto controllo e monitorare i dati. Pertanto, i livelli a cui siamo normalmente esposti, sono sufficientemente bassi da non creare preoccupazione.


Ad alta intensità

Questi campi magnetici pongono, invece, problemi differenti. In medicina sono utilizzati a scopo terapeutico e, soprattutto, a scopo diagnostico.
In terapia si vogliono sfruttare le modificazioni indotte sui tessuti biologici. La magnetoterapia è la tecnica più usata, serve principalmente a scopo antidolorifico, benché i suoi meccanismi di azione e la sua efficacia non siano del tutto chiariti e siano necessari studi ulteriori di validazione dell’efficacia della metodica.
La risonanza magnetica (RM) è una tecnica  diffusamente utilizzata per la diagnostica di molte malattie. Prevede l’uso di un campo magnetico ad elevata intensità, variabile da 0,2 a 3 Tesla, riservando le apparecchiature con campi a più bassa intensità allo studio delle parti corporee di volume minore (arti superiori e inferiori). Per lo studio della testa e del tronco, invece, sono indispensabili apparecchiature con intensità di campo di almeno 1 Tesla (1,5 Tesla è la potenza di campo più diffusa negli ultimi 10 anni). Macchine più potenti, oltre 3 Tesla, sono utilizzate solo per la ricerca.

Campi magnetici di elevata intensità provocano l’allineamento alla direzione del campo magnetico statico principale dei micromagneti degli atomi e delle molecole di cui siamo composti, con ritorno a una direzione casuale una volta allontanatisi, in pratica usciti dalla sala diagnostica. Gli studi sugli effetti biologici dei campi magnetici ad alta intensità hanno dimostrato modificazioni lievi, rilevabili solo a esposizione a campi ad altissima intensità (almeno 7 Tesla).


Radiofrequenza

Oltre al campo magnetico statico principale, la diagnostica con risonanza magnetica richiede l’uso di campi magnetici di “gradiente”, indispensabili per la formazione delle immagini e di onde di radiofrequenza.
Possono creare stimolazione dei nervi periferici, in occasione di alcune particolari sequenze di risonanza magnetica, usate prevalentemente a scopo di ricerca e che richiedano alta velocità di accensione e spegnimento. In sostanza, il paziente può avvertire una sensazione di tenue corrente elettrica agli arti, che scompare con la fine dell’esame, senza conseguenze ulteriori sulla salute. I campi di “gradiente” sono anche la causa del forte rumore prodotto dall’apparecchiatura nel corso dell’esame e, per questo motivo, i pazienti vengono muniti di cuffie o tappi per orecchie. Effetto delle onde di radiofrequenza è la cessione di energia al corpo ed è possibile un minimo riscaldamento, di norma inavvertibile. Il riscaldamento potrebbe, tuttavia, essere più accentuato in prossimità di tatuaggi con coloranti metallici, alcuni cosmetici e lozioni, alcuni tessuti sintetici, senza che comunque ne risulti più che una sensazione sgradevole e non un danno.


I soggetti a rischio

Da quanto esposto, sembrerebbe che l’esame di risonanza magnetica sia completamente sicuro e non si spiegherebbe la necessità di emanare norme da parte del Ministero della Salute (le più recenti del 10/10/2018), in osservanza di normative europee. La risonanza magnetica può essere rischiosa per pazienti provvisti di:
• pace-maker;
• altri impianti a funzionamento elettro-magnetico (es. stimolatori spinali, impianti acustici interni).
Negli ultimi tempi, i pace-maker impiantati sono tutti compatibili con i campi magnetici, purché vengano programmati a questa funzione da un cardiologo immediatamente prima dell’esame e riprogrammati alla funzione normale, subito dopo. Altri impianti vanno, invece, spenti prima dell’esame e questo deve essere condotto con accorgimenti particolari. Vi sono, poi, i pazienti trattati con l’inserimento di protesi o altri presidi metallici, come ad esempio, solo per citarne alcuni tra i più comunemente usati:
• i cristallini artificiali, usati per curare la cataratta;
• le protesi ortopediche per le anche e le ginocchia;
• le clip usate per chiudere gli aneurismi;
• gli stent usati per dilatare i vasi sanguigni.
Oggi questi presidi sono fatti di metallo non sensibile ai campi magnetici (es. titanio) e non sono, quindi, pericolosi. Inoltre, la maggior parte di quelli più vecchi, che possono avere parti che interagiscono col campo magnetico, sono ormai circondati da una cicatrice che impedisce loro di spostarsi. Corpi metallici piccoli, come i punti dati in occasione di un intervento chirurgico o anche i piercing, non sono mai un rischio, ma possono causare riduzione della qualità delle immagini che si ottengono.
Un appunto va fatto sul rischio a sottoporsi all’esame di risonanza magnetica per una donna in stato di gravidanza. Nessuno studio ha dimostrato danni per il feto, ma si ritengono necessari dati basati su un numero più elevato di pazienti e, pertanto, si ritiene che, soprattutto nel primo trimestre di gravidanza, durante il quale  il feto è più sensibile, l’esame vada effettuato solo se non esistono metodiche alternative (es. ecografia) e se non può essere rimandato.
Per concludere, si può affermare che la risonanza magnetica è un esame del tutto sicuro nella gran parte dei pazienti, purché vengano escluse preventivamente eventuali controindicazioni e vengano rigidamente osservate le norme che regolano tutti i centri che posseggono queste apparecchiature.


Dott. Stefano Ceruti
Specialista in Radiologia Diagnostica (Ferrara)

Testo raccolto da Chiara Solitario