Il mestiere di genitore

Il termine “genitore” è utilizzato per indicare situazioni molto diverse tra loro: chi ha generato un bambino e se ne prende cura, chi si prende cura di un bambino generato da altri (genitore adottivo o affidatario) e genitore viene comunque  chiamato anche chi non riesce ad essere un’adeguata guida per il bambino.
È importante considerare alcuni nodi dell’esperienza genitoriale, così come prende forma prima ancora della nascita del bambino, per poi evolversi durante il suo percorso di crescita fino all’adolescenza.
Essere genitore è una condizione biologica, giuridica, sociale, esistenziale, ma anche un’esperienza di apprendimento permanente che permette, per prove ed errori, di acquisire nuove competenze: è in questo senso che si può parlare di mestiere di genitore.
Si tratta sia di un cambiamento irreversibile della persona (si è genitori per sempre) che di una trasformazione profonda del legame di coppia, reso più complesso dalle nuove responsabilità.


Diventare genitore

La tonalità dominante con cui si inizierà a interpretare la condizione genitoriale e che tipo di genitore si riuscirà ad essere, dipenderà dall’intreccio, nel tempo, di alcune variabili; ancora prima che il bambino nasca, ciascun adulto attribuirà, in base alla propria storia e alle proprie aspettative (consapevoli o meno), un certo significato all’idea di costruire una relazione educativa e affettiva con il proprio figlio. Quest’idea verrà poi rafforzata o modificata dal succedersi degli eventi e dai tumultuosi cambiamenti che si realizzeranno con la nascita del bambino: riflettere sul proprio sentirsi madre/padre prima di essere genitori è importante a livello individuale prima che di coppia.
Il determinarsi della gravidanza diventerà occasione di confronto e di rielaborazione delle proprie aspettative e di riassestamento della relazione di coppia. Questa potrà potenziarsi o portare alla luce diversità che, con la nascita del bambino, se non elaborate, potranno influire negativamente sulla vita affettiva familiare.
Cosa si può consigliare alla coppia che, muovendosi tra tante sollecitazioni, si appresta ad affrontare per la prima volta l’esperienza genitoriale?
• Ascoltarsi ed interrogarsi a livello individuale su come si è attrezzati al cambiamento di vita che si avvicina, come si immagina il figlio e il rapporto con lui, cosa ci si aspetta dal partner, quale nuovo assetto familiare si immagina.
• Confrontarsi sui timori e le insicurezze, invece di nasconderli per non deludere il partner. Questi, se i problemi sono nascosti, potrà pensare che c’è sfiducia nei suoi confronti e non potrà aiutare a superarli.
• Non esitare a chiedere supporto a tutte le persone esperte.
Ad esempio lo psicologo, come specialista delle dinamiche relazionali che accompagnano i percorsi evolutivi di tutte le persone, può essere utile alla coppia come figura in cui rispecchiarsi in questo cruciale passaggio di vita.


Essere famiglia

Con la nascita, entra in gioco prepotentemente il bambino con le sue caratteristiche, con il suo esser sano o manifestare patologie, con i suoi impellenti bisogni affettivi e di accudimento che mettono a dura prova la resistenza dei genitori.
La nascita di un figlio ruba tempo alla relazione di coppia, ed è naturale chiedersi se l’amore resisterà di fronte alle nuove responsabilità: mentre la madre mantiene comunque la sua centralità come oggetto privilegiato dell’attenzione del bambino, il padre può avere difficoltà ad instaurare con lui una relazione della stessa intensità,  si vede ridotto il tempo di relazione di coppia e ne può soffrire.
Diventare genitori vuol dire ricollocarsi nella propria esperienza esistenziale, è un “passare dall’altra parte”, è un rigiocarsi di rapporti, sia nella coppia che nelle reti parentali ed amicali. Si inizia, così, a delineare un nuovo assetto, in cui il bambino si troverà a muoversi e ad interagire fin dai primi istanti della sua vita. Vengono ricercati nuovi equilibri, prende forma un canovaccio relazionale familiare frutto dell’interpretazione data ai diversi ruoli e dalle aspettative di ciascuno: così come si è genitori per sempre si è nonni, zii, cugini, nipoti per tutta la vita.


Relazione con i figli

John Bowlby, medico, psicologo e psicoanalista britannico, il padre della teoria dell’attaccamento, propone la nozione di “Modelli Operativi Interni – MOI”, schemi che il bambino utilizza per rappresentarsi il modo in cui interagire con gli altri, in base alle esperienze da lui vissute sin dai primi anni di vita nelle relazioni significative. Non si tratta di schemi rigidi perché, comunque, si realizza un percorso evolutivo dove interverranno altri fattori (ambientali, psicologici, relazionali) che potranno portare ad una modifica degli schemi. Mary Ainsworth, psicologa canadese allieva di Bowlby, ha studiato il tipo di relazione che si stabilisce tra genitori e figli sulla base del comportamento del bambino e alle rispettive risposte di soddisfazione dei suoi bisogni e di protezione. Attraverso videoregistrazioni di interazioni madre-bambino, la Ainsworth ha potuto suddividere i bambini in tre gruppi, a seconda del tipo di attaccamento:
• sicuro (risposte adeguate);
• evitante (risposte rifiutanti);
• ambivalente (risposte contrastanti).
Tra madre e figlio si realizza, nel tempo, una co-costruzione di significati e uno stile di relazione affettiva che influenzeranno lo sviluppo psicologico del bambino.


Creare un legame

Partiamo dall’idea che non esiste un solo modo di fare il genitore e che lo sviluppo di un figlio non può essere determinato da un’unica figura, ma è l’effetto del modo di interagire che si stabilisce tra lui e tutte le figure per lui significative.
Ci piace pensare la relazione tra genitori e figli come un’orchestra jazz, in cui ognuno dei musicisti tende ad eseguire un certo canovaccio musicale in relazione alle emozioni del momento, conscio però del fatto che dovrà essere nella musica, assieme agli altri componenti perché ne esca qualcosa di armonico e gratificante. Allora, si tratterà di una serie ininterrotta di adattamenti reciproci, non privo di momenti anche stridenti, per potere giungere all’armonia e a momenti anche sublimi dove è possibile provare sensazioni di felicità.
Nell’ambito familiare, il bambino suonerà la musica dei propri bisogni e desideri mettendo in atto una serie di comportamenti che impegnano anche emotivamente i genitori, come una richiesta insistente di attenzione, un pianto inconsolabile, un no ostinato. I genitori possono utilizzare due chiavi di lettura: percepirli come fastidiose e intollerabili richieste, oppure come una delle modalità che il bambino ha per esprimere i suoi bisogni.
La psicologa americana Patricia Crittenden, col suo Modello Dinamico-Maturativo, propone di vedere il bambino come abile stratega nel rapporto con le figure di riferimento. I suoi modelli operativi interni agiscono, quindi, come “programma” per modulare il proprio comportamento nelle situazioni alle quali viene esposto.


Il genitore adeguato

È quello che permette lo sviluppo del figlio, incentivando le sue risorse, senza mai sostituirsi del tutto a lui. Il bambino che cresce così può essere rappresentato come l’acqua di un fiume di cui i genitori rappresentano le sponde. Lo scorrere dell’acqua modella le sponde del fiume che, a loro volta, contengono e accompagnano l’acqua verso il suo naturale destino: il mare aperto dove inizierà una nuova esperienza.
Il percorso verso il mare del bambino richiede che egli possa interiorizzare un senso di protezione e sicurezza, per potere naturalmente spingersi nell’esplorazione dell’ambiente esterno. È come se dicesse: io so che mamma e papà saranno sempre al mio fianco, qualunque difficoltà possa incontrare, e allora posso conoscere altri bambini, altri luoghi, imparare cose nuove. La spinta esplorativa è fisiologica, ma può essere favorita e/o inibita dall’atteggiamento dei genitori chiamati a dosare la funzione di protezione e quella di sostegno all’esplorazione esterna.
Il percorso evolutivo richiede che si realizzino le prime esperienze di distacco del bambino dalla esclusività delle cure genitoriali e dalla protezione della sua casa per conoscere ambienti, persone, valori e modi di essere diversi da quelli conosciuti. Quando il bambino entra al nido o alla scuola dell’infanzia, affronterà questa esperienza con un misto di ansia ed eccitazione, sentimenti che proveranno specularmente anche i genitori. In questo passaggio critico, può capitare che il bambino metta alla prova la relazione con i genitori come se avesse bisogno di essere sicuro (ma proprio sicuro sicuro!) che mamma e papà non lo stanno abbandonando completamente ma solo un po’. D’altra parte, l’ingresso del bambino in ambito comunitario può scatenare ansia nei genitori, che si sentono esposti ai giudizi altrui, come se pensassero “Questo è ciò che siamo stati capaci di fare. Siamo buoni genitori?”. Per quanto possa essere critico questo passaggio, dal punto di vista della relazione di attaccamento si tratta, sia per il bambino che per i genitori, di un fisiologico adattamento comportamentale ed emotivo ad una situazione di forte stress. Passaggio fondamentale, però, perché ognuno possa portare nella relazione nuovi contenuti, scoperte e opportunità.


La fase di crescita

È richiesto ai genitori di esser pronti ad accogliere il bambino ad ogni suo ritorno, valorizzare le sue esperienze, facilitargli l’espressione dei suoi disagi e aiutarlo a trovare soluzioni. Il genitore impara a relazionarsi con le altre figure di riferimento per il bambino, per costruire una dimensione di reciproca collaborazione: l’orchestra si allarga.
Quando il bambino entra nella scuola dell’obbligo, si misura con i percorsi di apprendimento e con modalità di socializzazione più complesse. In questa fase, il genitore non è più l’artefice esclusivo dell’evoluzione del sistema di valori del figlio e il ruolo genitoriale è reso più complesso da una continua ricerca di equilibrio tra la funzione educativa e supportiva (saper aiutare ed essere presente) e quella di promozione di autonomia.
In questa fase sono utili alcune raccomandazioni:
• distinguere i propri bisogni da quelli del bambino, dando spazio ad entrambi;
• maturare la consapevolezza che il proprio comportamento incide sul modo in cui il bambino esprime i suoi bisogni e si sente più o meno protetto;
• riconoscere che i comportamenti “difficili” del bambino sono il modo in cui esprime i suoi bisogni, non per aggredire, ma per chiedere che venga compreso il suo disagio;
• riconoscere le sue emozioni;
• assicurargli vicinanza: questa “sintonizzazione affettiva” permetterà di individuare i comportamenti di supporto adeguati.


Genitorialità consapevole

È necessario sottolineare che, più che di buona genitorialità, sia necessario parlare di genitorialità consapevole della complessità del proprio ruolo e dell’utilità di avere un confronto sulla propria esperienza esprimendo, senza timore di essere giudicati, anche le emozioni negative provate nei confronti del bambino o del partner. Se saprà farlo per sé, il genitore avrà più possibilità di affrontare con serenità e fiducia i problemi che il figlio, come ogni figlio, si troverà ad incontrare nel proprio percorso evolutivo.
Tornando alla nostra metafora che vede la famiglia rappresentata come una band, i due genitori possono essere considerati sia come direttori che come interpreti dell’orchestra familiare, impegnati a tenere conto dei ritmi e dell’ispirazione di ciascuno dei componenti. Essi sono capaci di prestare attenzione alle emozioni che ciascuno mette in campo e che sono alla base dell’ispirazione musicale. Una nota che appare fuori posto può essere il segnale di una difficoltà o di una proposta di un’idea diversa di armonia, che gli adulti devono essere in grado di accogliere. In questo modo, potrà essere perseguita quell’armonia che, nella musica come nella famiglia, rappresenta l’esito desiderato.


La funzione genitoriale durante l’adolescenza

  Durante l’evoluzione adolescenziale, la relazione di attaccamento con i genitori subisce profonde trasformazioni, mentre prende corpo e centralità la relazione con i coetanei, dai quali provengono stimoli, sfide, modelli di identificazione, senso di appartenenza e protezione. Si aprono nuovi orizzonti: non c’è più solo il genitore che dice cosa si deve fare, ma è possibile confrontarsi allo stesso livello con i coetanei, spinti dal desiderio di acquisire una propria identità ma anche di uniformarsi al gruppo. Si tratta di un necessario passaggio maturativo dal punto di vista emotivo che trova il suo riscontro cognitivo nello sviluppo del pensiero critico: sorgono le domande esistenziali su sé stesso e sul mondo.
Nella relazione con i genitori, la necessità di protezione permane, ma deve anche essere negata per affermare la propria indipendenza. Prendono spazio comportamenti oppositivi, ma anche forme di ritiro e possono essere manifestati disagi di varia natura, talvolta espressi sotto forma di veri e propri disturbi psicologici. Per i genitori è il periodo del “contiamo-fino-a-dieci-prima-di-rispondere”, con la consapevolezza che dieci secondi non basteranno ad individuare la risposta giusta, ma almeno ridurranno il ricorso a risposte troppo impulsive che potrebbero solo far danni.
In questa fase è fondamentale riconoscere e accettare la coesistenza nel figlio di stati emotivi contrastanti, e l’impegno per assicurargli:
• concretezza e stabilità: essere presenti e fornire risposte concrete e confini laddove il mondo interno è caratterizzato da continue trasformazioni;
• sospensione del giudizio e rispetto degli spazi di riservatezza: se i confini vengono rispettati l’adolescente potrà scegliere quando condividere i propri pensieri;
• empatia: capacità di comprendere gli stati emotivi dell’altro assumendo un atteggiamento di vicinanza: “so quello che provi e puoi confidarti con me” invece di “ti dico io quello che devi fare”.
In definitiva, è proprio durante l’adolescenza che il figlio vuole cominciare a suonare l’assolo della propria musica, abbandonando i risaputi spartiti genitoriali. Il genitore, direttore d’orchestra saggio, sa che deve aiutarlo a coltivare il suo talento, dandogli adeguata e discreta protezione con la sua esperienza e ponendosi con curiosità all’ascolto di questa nuova embrionale armonia, così diversa, ma nella quale si può cogliere una comune radice.


Mauro Favaloro
Psicologo e Psicoterapeuta (Bologna)
Sabrina Lattes  
Psicologa (Faenza)
per Associazione Progetto Psicologia (Bologna) – www.associazioneprogettopsicologia.it

Testo raccolto da Silvia Colombini