Le malattie respiratorie croniche

La funzione dell’apparato respiratorio si svolge secondo un meccanismo ben preciso. I polmoni e le vie aeree (faringe, laringe, trachea e bronchi), si espandono e si ritraggono ciclicamente, grazie all’integrità della gabbia toracica e dei muscoli respiratori, primo tra tutti il diaframma, in modo da permettere rispettivamente l’inspirazione e l’espirazione, che sono le fasi di un processo continuo, noto come ventilazione. Questo processo è essenziale alla vita perché garantisce il trasporto e lo scambio di ossigeno e anidride carbonica tra l’organismo e l’ambiente. Attraverso il naso l’aria, ricca d’ossigeno, viene parzialmente riscaldata e poi depurata dal pulviscolo grazie a un tappeto di ciglia e muco che tappezza le vie aeree. Arriva infine negli alveoli, una sorta di microscopici “sacchetti”, circondati da capillari, dove l’ossigeno passa nel circolo sanguigno raggiungendo, quindi, tutte le cellule del corpo, mentre l’anidride carbonica, al contrario, dal sangue viene trasferita agli alveoli e, poi, eliminata.
Un adulto possiede circa 300 milioni di alveoli che coprono una grande superficie, ben 200 metri quadrati, pari a un campo da tennis. L’apparato respiratorio può essere colpito da alcune malattie croniche che possono provocare un’ostruzione delle vie aeree, come l’asma e la bronco pneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o ledere l’interstizio, il tessuto di sostegno intorno agli alveoli, come la fibrosi polmonare. Il tumore del polmone può infine svilupparsi dai diversi tessuti del polmone o dei bronchi.

Insufficienza respiratoria

Se lo scambio tra ossigeno introdotto e anidride carbonica eliminata si altera, si parla di insufficienza respiratoria. Questa può essere di due tipi:
• tipo I (ipossiemica), quando vi è solo un deficit di ossigeno nel sangue;
• tipo II (ipossiemico–ipercapnica), quando nel sangue vi è un deficit di ossigeno associato a un aumento dell’anidride carbonica.
L’insufficienza respiratoria si può presentare in forma acuta o può diventare cronica.
É una delle principali cause di ospedalizzazione e può essere espressione di una fase avanzata sia delle malattie del polmone e delle vie aeree, che della gabbia toracica e dei muscoli respiratori.
I sintomi e i segni più comuni di insufficiente quantità di ossigeno nel sangue sono:
• fame d’aria;
• difficoltà di concentrazione;
• facile affaticabilità;
• aumento della frequenza respiratoria.
Al contrario, un aumento dell’anidride carbonica nel sangue provoca più comunemente cefalea e rallentamento psico-motorio, fino al coma nelle fasi più avanzate.
Per diagnosticare l’insufficienza respiratoria si ricorre all’emogasanalisi, un prelievo di sangue da un’arteria del braccio o del polso. È un test relativamente invasivo, ma molto importante, perché ci dà informazioni precise sulla quantità di ossigeno e di anidride carbonica.
Per curare l’insufficienza respiratoria occorre capirne le cause e trattarle. Ad esempio, se a provocarla è una grave polmonite, occorre curare l’infezione, se è invece uno scompenso cardiaco è necessario ripristinare un’efficace attività del cuore. Generalmente, in caso di mancanza di ossigeno (insufficienza di tipo I), si ricorre alla somministrazione dello stesso, attraverso mascherine facciali o cannule nasali sotto lo stretto controllo medico. In caso di aumento dell’anidride carbonica e contemporanea riduzione di ossigeno (insufficienza respiratoria di tipo II), la terapia, oltre a una eventuale ossigeno-terapia, prevede l’utilizzo di apposite macchine, dette ventilatori, che aiutano il paziente a eliminare l’anidride carbonica in eccesso.

Asma

L’asma è una malattia infiammatoria cronica delle vie aeree che si presenta tipicamente con episodi ricorrenti di “fiato corto”, senso di costrizione toracica e tosse prevalentemente secca. La crisi asmatica è dovuta a ostruzione delle vie aeree e può essere scatenata:
dall’esposizione a particelle verso cui l’organismo del paziente asmatico è allergico (dette allergeni, come il polline, la polvere e i peli di animali domestici);
da stimoli irritanti (come l’umidità, il freddo, il fumo, i profumi ecc);
da un’infezione, spesso virale.
I sintomi asmatici variano da persona a persona: possono essere lievi o più o meno gravi, presentarsi in maniera continua (asma cronica), acuta oppure intermittente e temporanea, insorgere in età pediatrica o a qualsiasi età. Tali sintomi sono comuni ad altre malattie respiratorie, però ciò che contraddistingue l’asma da altre patologie polmonari è la reversibilità dell’ostruzione bronchiale; vale a dire che il processo infiammatorio che porta alla riduzione del lume bronchiale non è permanente, ma può regredire in seguito all’assunzione di farmaci o spontaneamente. Per la diagnosi di asma, oltre che basarsi sulla storia clinica, si ricorre a test funzionali. Il principale è la spirometria. È un test non invasivo dove il paziente respira attraverso un boccaglio all’interno di un apparecchio, chiamato spirometro, ed esegue una serie di manovre, tra cui quella di riempire profondamente i polmoni d’aria per poi espirare con forza fino al loro completo svuotamento, permettendo così la misura del volume d’aria che il polmone può contenere e mobilizzare. Più specifico è invece il test di provocazione bronchiale con metacolina, sostanza che se inalata può indurre nei pazienti asmatici una lieve ostruzione delle vie aeree, che sta a indicare la presenza di iperreattività bronchiale e cioè una maggiore sensibilità agli stimoli irritanti. Utili per individuare gli allergeni sono i test allergometrici cutanei, che consistono nell’inoculazione intradermica di piccole quantità di allergene.

Come prevenire le crisi asmatiche

Fondamentale è l’allontanamento dalle sostanze irritanti: eseguire pulizia frequente di poltrone, divani, tappeti, cuscini, evitando contatti con animali domestici (cane, gatto). Bisognerebbe mantenere un’umidità ottimale dei luoghi in cui si vive, evitando ambienti troppo secchi o troppo umidi, ed evitare assolutamente il fumo di sigaretta.
L’asma è una malattia cronica che non può essere curata, ma controllata efficacemente sia nei bambini che negli adulti, assumendo con regolarità la terapia prescritta dallo specialista. Tuttavia, se l’asma non viene trattata, l’ostruzione delle vie aeree può diventare via via sempre meno reversibile, con crisi imprevedibilmente gravi.
La terapia consiste nell’uso di farmaci inalatori (spray o polveri) a base di cortisone, che ha un’azione antinfiammatoria sui bronchi, in associazione spesso a uno o, nei casi più gravi, a due broncodilatatori, che permettono di dilatare i bronchi. Questi farmaci, se utilizzati in modo corretto e continuo, controllano efficacemente i sintomi. Tuttavia, una piccola percentuale di pazienti, tra il 5 e il 10%, è affetta da una forma grave di asma, di difficile gestione terapeutica. Per loro, però, si è aperta recentemente una nuova era: quella dei farmaci biologici, ovvero farmaci diretti verso specifiche molecole responsabili della risposta allergica, che vengono somministrati sottocute o per via venosa una o due volte al mese.

BPCO

La BPCO comprende due condizioni patologiche meglio note come “bronchite cronica” ed “enfisema polmonare”, in base al fatto se la malattia colpisce rispettivamente le vie aeree, determinandone l’ostruzione, o gli alveoli, la cui distruzione rende le vie aeree, a loro volta, più facilmente collassabili. La BPCO è la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie.
Il più importante fattore di rischio è il fumo di sigaretta (la quantità di sigarette fumate e gli anni di fumo). Vi sono anche altri fattori che possono essere implicati nello sviluppo della malattia: genetici (deficit di alfa 1 antitripsina) e ambientali (inquinamento atmosferico, vapori irritanti, fumi, infezioni). L’alfa 1 antitripsina è una proteina che viene prodotta dal fegato e la sua funzione è quella di contrastare la distruzione degli alveoli polmonari che può essere causata dall’azione di proteine infiammatorie (elastasi neutrofila).

Tali sintomi, iniziano in maniera lieve e tendono generalmente a peggiorare con il passare del tempo. I soggetti più a rischio sono, ovviamente, i fumatori i quali sono anche gli ultimi a comprendere che si tratti proprio di BPCO, poiché associano la produzione del catarro e la tosse a un effetto temporaneo del fumo di sigaretta. Fondamentale per la diagnosi è la spirometria, che evidenzia un’ostruzione bronchiale che non è reversibile.
Il trattamento prevede l’utilizzo di inalatori contenenti broncodilatatori e, talvolta, farmaci antiinfiammatori. Nel caso del deficit di alfa 1 antitripsina, invece, bisogna somministrare la proteina stessa. Durante le riacutizzazioni la terapia prevede anche la somministrazione di antibiotici e cortisone. Nei pazienti particolarmente compromessi, un ruolo importante è svolto dalla riabilitazione polmonare. La prevenzione resta senza dubbio l’arma vincente e consiste principalmente nell’eliminare i fattori di rischio e, soprattutto, il fumo di sigaretta. In ogni caso si consiglia ai pazienti affetti da BPCO di eseguire la vaccinazione antinfluenzale ogni anno e quella antipneumococcica per ridurre il rischio di polmoniti.

Fibrosi polmonare

Malattia rara, la cui incidenza sta aumentando nel tempo, si sviluppa quando il tessuto polmonare intorno agli alveoli si ispessisce, evolve in fibrosi e rende difficile il passaggio di ossigeno nel flusso sanguigno.
Tra i fattori di rischio ci sono:
• l’età (adulti di mezza età e anziani);
• il fumo di sigaretta;
• la terapia con alcuni farmaci immunosoppressori;
• alcune malattie sistemiche come l’artrite reumatoide o la sclerodermia.
Alcuni tipi di fibrosi polmonare sembrano tramandarsi all’interno delle famiglie, in modo da far sospettare una componente genetica. Tuttavia, la maggior parte delle volte, la causa non è chiara e si parla perciò di fibrosi polmonare idiopatica. I segni e sintomi della fibrosi polmonare (mancanza di respiro, tosse secca, inspiegabile perdita di peso, dolori muscolari e articolari), sono comuni a molte altre patologie respiratorie croniche, per cui molto spesso viene sotto diagnosticata. La diagnosi è generalmente complessa e prevede innanzitutto l’esecuzione della spirometria e un’indagine radiologica. Con la spirometria è possibile valutare la compromissione funzionale del polmone e, grazie alla radiografia e TAC del torace, si possono documentare le lesioni dei tessuti polmonari, tipiche della malattia. Talvolta è necessario eseguire esami invasivi come una broncoscopia (indagine che permette di visualizzare l’interno dei bronchi grazie a un sottile sondino inserito nel naso o nella bocca), o una biopsia chirurgica del polmone.
I danni ai polmoni causati dalla fibrosi polmonare non possono essere riparati, ma i farmaci e le terapie possono alleviare i sintomi e migliorare la qualità della vita. Oggi esistono dei nuovi farmaci (antifibrotici) che rallentano la progressione della malattia. Per alcuni pazienti selezionati, il trapianto di polmoni rappresenta la scelta più appropriata.

Tumore polmonare

Tra i fattori di rischio per lo sviluppo di tumore al polmone vi è senza dubbio il fumo di sigaretta. Il rischio dei fumatori è aumentato di circa 20 volte rispetto ai non fumatori e, naturalmente, dipende dal numero di sigarette fumate.
La sigaretta contiene al suo interno circa 4.000 sostanze tra nocive e cancerogene, tra le quali il catrame, la nicotina e il monossido di carbonio. Il catrame, costituito da idrocarburi cancerogeni, irrita le vie respiratorie, ingiallisce i denti e contribuisce all’alito cattivo. La nicotina, invece, è la “droga” che crea dipendenza, in quanto provoca uno stato di eccitazione/piacere a livello mentale e fisico. Se, infatti, i livelli di nicotina si abbassano, per esempio dopo aver smesso di fumare, si hanno delle vere e proprie “crisi di astinenza” che portano ad accendere un’altra sigaretta. Il monossido di carbonio, invece, si lega all’emoglobina al posto dell’ossigeno e ne riduce il passaggio ai tessuti. Altri fattori di rischio nello sviluppo del tumore polmonare possono essere l’esposizione a sostanze cancerogene (amianto) o la predisposizione genetica (familiarità per neoplasia).
Il tumore del polmone in molti casi resta asintomatico nelle sue fasi iniziali e può succedere che la malattia sia diagnosticata nel corso di esami effettuati per altri motivi.
Quando presenti, i sintomi più comuni del tumore del polmone sono:
• tosse continua che non passa o addirittura peggiora nel tempo;
• raucedine;
• presenza di sangue nel catarro;
• respiro corto;
• dolore al torace;
• perdita di peso e di appetito;
• stanchezza.
In caso di comparsa dei sintomi, sopra elencati, è opportuno effettuare per prima cosa una radiografia del torace, cui possono seguire eventuali ulteriori approfondimenti come, ad esempio, TAC e PET.
Tuttavia, per arrivare a una diagnosi certa, è necessario eseguire una broncoscopia attraverso cui si possono eseguire delle biopsie (prelievo di un frammento di tessuto tumorale), e il successivo esame istologico (studio al microscopio del frammento prelevato).
L’approccio terapeutico cambia notevolmente a seconda delle condizioni del paziente, ma soprattutto del tipo di tumore. Fondamentalmente si ricorre alla chemio o alla radioterapia. La chirurgia, cioè l’asportazione della parte di polmone coinvolta (lobectomia) o dell’intero polmone (pneumonectomia), è indicata in casi selezionati.
Attualmente vi sono delle terapie biologiche, basate su farmaci che hanno un preciso bersaglio molecolare, ancora in fase di studio. Infine, in casi specifici, è possibile fare ricorso a trattamenti locali come l’ablazione con radiofrequenza (per distruggere il tumore con il calore), la terapia fotodinamica (si inietta un farmaco che viene poi attivato grazie alla luce di un broncoscopio e distrugge le cellule tumorali), e la terapia laser.
Per fare una buona prevenzione del cancro al polmone il primo e più importante passo è senza dubbio eliminare il fumo di sigaretta, mentre per quanto riguarda i fattori di rischio legati alla professione, è importante utilizzare sempre sul luogo di lavoro tutte le misure di prevenzione per poter ridurre al minimo i rischi e lavorare in sicurezza.

Dott.ssa Chiara Longo Prof. Alfredo Chetta
Clinica Pneumologica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma (Parma)

Testo raccolto da Silvia Colombini